Alex Palenzona

Negli anni Settanta, Alex Palenzona era il marito di una amica di mio padre, Cristina Bombieri. Era un uomo brillante e simpatico, e credo anche bisognoso di pubblico: una sera si presentò in frac a una specie di festicciola a casa dei miei e riuscì a incastrare tre o quattro altri invitati descrivendo nei minimi dettagli la sua recente visita al supermercato Metro. Avevo dodici anni e un po’ discosto mi ero divertito a seguire i commenti minuziosi sugli abiti indossati dalle cassiere, sulla pulizia dei carrelli, sulla qualità del parcheggio, sui prezzi, mentre il pubblico dei tre annuiva disperato. La cosa durò almeno quaranta minuti, e mi piacque quel tipo che non aveva pudore – mi domandai anche se sapesse di poter essere micidiale e la cosa lo divertisse o se tutto sommato non gli importasse niente. Sperai nella prima ipotesi.

Una sera mi ritrovai a casa sua con i miei. Già rassegnato a una di quelle serate noisissime con gli adulti, in un angolo del salotto vidi improvvisamente una bella radio multibanda, chiesi il permesso e mi misi a frugare tra le onde corte. Le radio mi erano sempre piaciute sin da piccolissimo, sia come oggetti sia come possibilità di comunicazione, e tuttora mi piacciono enormemente. L’Alex Palenzona aveva notato favorevolmente il mio interesse e alla fine della serata aveva proclamato: “Andrea, voglio farti un regalo in forma di prestito: puoi tenere quella radio per qualche tempo”. Impazzii di contentezza come solo un ragazzino può entusiasmarsi – ma intervenne subito mio padre, cui il concetto di leggerezza, gratificazione e felicità era ed è completamente sconosciuto, soprattutto conto terzi: “No no, Alex, lascia perdere, niente radio…”. E il Palenzona non insistette.

Tornai a casa furibondo. Ma sapevo anche che non avrei mollato.

Qualche giorno più tardi, il Palenzona mi chiamò invitandomi ad andare con lui e la figlia a vedere il Circo Americano. Ora, se c’è una cosa che da sempre non sopporto è il circo, ma l’Alex mi piaceva e mi resi anche conto che era una buona occasione per recuperare la radio, così accettai mostrando un vago entusiasmo.

Il circo fu quello che mi aspettavo e mi annoiai, tuttavia alla fine il Palenzona mi ammaliò con un commento semplice ma molto acuto – se non altro agli occhi di un dodicenne. Mi domandò se lo spettacolo mi era piaciuto, io dissi così così e di rimando domandai io a lui: “Ma non ti sembra che il circo sia un qualcosa di cattivo gusto?”. Lui ci pensò un attimo e rispose: “Penso che tu abbia ragione, tuttavia il circo è in un certo senso autoreferente, non si può dire che sia di cattivo gusto o meno, è il gusto del circo”. Un gusto peculiare che si può prendere o lasciare, senza possibilità di giudicarlo con metri esterni.

Aveva ragione, e quel commento intelligente assieme al modo gentile e rispettoso in cui era stato fatto ha in certa misura contribuito a formare il mio modo di affrontare la dimensione estetica delle cose.

Usciti dal tendone azzardai: “È ancora valida l’offerta della radio?”. Lui disse che sì, certo.

Passai da casa sua. Al ritorno, attraversando piazza Duomo due tizi mi guardarono e uno disse all’altro: “Guarda quel ragazzo, ha una Zenith Transoceanic!”.

Ho scoperto pochi giorni fa che Alex Palenzona è morto l’anno scorso. Credo di non averlo mai più incontrato dopo quel giorno del 1972. Ma lo ricordo ancora con affetto, ammirazione e gratitudine.

2 agosto 2017